
Poi ho messo da parte il mio dire per stare con gli altri, per fare la vita che si pensa sia quella giusta, quella che studi di sociologi e antropologi pensano sia quella incline all’uomo per sua natura. Quella vita che è fuori dalla porta di casa. Quella vita che s’impone con irruenza in dinamiche che dovrebbero renderti parte di un tutto, che ti impongono il fare. Quella vita logorante nel susseguirsi di impegni, relazioni e tempi frenetici e non lasciano spazio di pensiero, di vivere il momento nella sua pienezza, lasciando nelle retrovie le dinamiche che servono a capire, a pensare quello che ti porta a essere te stesso.
Il vivere con la fluidità degli eventi ti fa perdere l’immanenza del momento, creandoti stress. Pensare continuamente al momento successivo, alla i di poi, mi sta portando lontano da me stesso e lontano dal mio scrivere. Il tempo del non fare è il tempo del fare. Il tempo del guardare il pensiero è il mio lavoro. Potrei essere lento, potrei morire nel fare molto, nel correre con gli altri senza i miei pensieri e le mie parole.
Poi si sentono convegni, strategie, regole e corsi per insegnarci a partecipare alla vita comune, ma io dove sono in tutto questo fare, pensare, correre? Poi dove si colloca chi non ha super poteri? Uno che semplicemente sta bene solo o con quattro amici al bar?
Ascolto report di giovani adulti molto abili nel fare, ma le storie di chi non sa fare vengono cassate, nascoste perché non all’altezza di questa società. Se sei un ragazzo con autismo sembra che sei un genio dai poteri fantascientifici, sembra che sei fortunato ad essere autistico. Tutti ora cercano nei loro fare un’etichetta che possa associarsi all’autismo. Peccato che non sanno le difficoltà che ho e forse hanno molti ragazzi con autismo a vivere una vita che ti rende inabile continuamente.
Poi godo di questo momento chiuso nel mio studio al buio anche se fuori c’è luce, con la vecchia finestra del palazzo che a stento si chiude e lascia passare i rumori della vita fuori trascinati da un vento tempestoso. Ecco i momenti che amo, il mio pc, le mie letture, il mio scrivere. Colgo l’attimo senza correre nel dopo ma godendo di questa immanenza.
Poi io devo avere il mio spazio di vita serena, devo vivere nei miei tempi fermando i momenti, fermando l’attimo. Fermando l’immagine della vita. Non ho il tempo della corsa dentro di me, ma il tempo deve assumere un andamento lento, un andamento che sia mio. Porto in me tutto il carico di una vita senza autonomia, il carico della pazienza, dell’attesa che altri mi supportino, il carico dell’umiltà dell’accettare aiuti che non sempre sono adeguati. Il portare dentro la gioia, il colore della serenità spesso vacilla sotto questo carico.