Settanta volte sette

Un pensiero percuote in questi giorni le mie ore di silenzio: posso io essere tutt’uno con Gesù?
Dentro il mio pensiero felice sarei, poter essere con Gesù mi rasserena.

Fregato nel corpo ma non nel potere di credere.
Il potere amorevole di Dio, forti rende i miei sacrifici.

Settanta volte sette perdono tutti coloro che mi hanno offeso nel corpo e nell’animo. Senza rancore tutelo il mio corpo, senza paura affido un po’ del potere che ho.

A gente che ha paura di me

Vorrei dirvi che mi trovo bene in questo angolo e amo quello che sto facendo. Scrivere diventa sempre di più il mio progetto attuale di vita. Scrivere forte per accendere quelle luci, per aprire le porte e per far parte della vita. Scrivere forte per aprire ad altri un mondo che fa paura e che sembra strano, incomprensibile o malato. Ma io non sono malato, né incomprensibile se abbiamo un linguaggio condivisibile, se abbiamo fiducia reciproca, se abbiamo un qualcosa da condividere. Scrivere per raccontarvi la mia vita alla finestra. Perché alla finestra? Perché io guardo, osservo e non sempre posso condividere la vita di tutti. A volte mi sento in gabbia, altre volte mi sento affacciato ad un balcone, altre volte dietro i vetri chiusi. Posso cercare un perché. Ma io lo so il perché. Un perché difficile? Sì, spesso sì, molto. Difficile farsi capire. Poi difficile doversi sempre giustificare.

Riprenderei il mio cammino, sì, il cammino di Carlo nel suo mondo e nel suo modo, ma andare per le vie del mondo senza scendere e farne pienamente parte è difficile, è frustrante e poi a volte insulso. Io posso camminare, ascoltare, osservare, ma non posso essere autonomo, non posso avere i ritmi normali dei ragazzi della mia età, non posso andare in giro senza avere un tutor e quindi devo dipendere da qualcuno. La libertà di perdermi nelle strade, la libertà di incontrare e parlare con gente nuova, la libertà di partire da solo, di viaggiare, di poter sbagliare, è una cosa che non avrò mai. Posso portare il mio corpo in giro ma facendo leva su chi mi è accanto. Posso incontrare gente ma non condividere parole. Posso portare il mio corpo nella folla e poi voler andare via da quella confusione assordante. Posso incontrare amici che mi invitano e poi sentirmi escluso. Posso vedere gente che si diverte, che ride, balla e poi sentirmi diverso. Non voglio andare a feste in posti chiusi, le mie orecchie vanno in tilt, tutti parlano insieme e tutti urlano e poi la musica porta in me un’alterazione di un equilibrio già difficile. Non mi va di stare a contatto con gente che ha paura di me.

Poter rimanere a casa allora non è una gabbia, ma la vita. La gabbia si sgretola quando, avendo tentato il volo, mi rendo conto che è inutile voler vivere una vita che non mi appartiene, meglio vivere al meglio quella che mi appartiene, accettarla, promuoverla e difenderla. Qui io oggi con il mio dito che batte sui tasti, con la mia scrivania, la mia sedia e i libri, la musica, mi sento di vivere la mia vita.

Ti prego, virus

Poi oggi il giorno è iniziato col sole, con la luce che entra in noi. Con il vento che sembra voler spazzare via le angosce, le paure che si annidano nei nostri cuori e rattristano le giornate. La vita in tutta la sua esplosione vuole rinascere, il fermento è nella natura ma è anche in noi, in me. Poter vivere in campagna, svegliandoti col cinguettio degli uccelli e l’abbaiare dei cani ti impone, poi, di vivere. Devi vivere. Devo vivere.

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Mando tutto a quel Paese

Poi gioia di riuscire a dire tutto.

Poi è finito il lockdown. Un giorno di libertà sembra nei cuori di tutti. La fine di una guerra. Il giorno della ripresa. Il giorno di un nuovo inizio. Speriamo. L’emergenza è passata, molto abbiamo rispettato le regole. Molti hanno stretto i denti per un bene comune, per un senso civico che è risorto. Mi chiedo se questo senso di appartenenza cantato dai balconi, inneggiato con le bandiere e sostenuto da tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, continuerà. Le domande mi assalgono e le risposte mi arriveranno. Mascherine, guanti e distanza sociale: tre parole, tre concetti che sembrano determinare una nuova vita.

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Cammineremo insieme

Oggi ti guardavo, Abdul, e guardavo i tuoi occhi. I tuoi occhi sono gli occhi di un mondo che non conosco, di un mondo lontano, di un mondo dove le famiglie sono importanti e dove tutti si aiutano tra loro. Tu hai lasciato i tuoi affetti per venire in Italia, forse alla ricerca di qualcosa che potesse aiutare te e la tua famiglia. Sei arrivato da lontano, sei arrivato con un volto nuovo, i tuoi lineamenti non sono simili ai nostri, non solo quelli apparenti ma anche quelli che non si vedono, quelli che hai dentro, che spesso nascondi con energia. Non sempre vuoi mostrare i tuoi sentimenti, non sempre ci riesci. Ormai abbiamo imparato anche noi a conoscerti e riusciamo a capire quando l’ansia, la paura, la tristezza o anche la gioia viene mascherata dal tuo fare, a volte un po’ schivo, altre un po’ più libero.

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