RI(M)BELLIAMOCI

Oggi vi racconto una storia che ha il sapore di come può essere bello il fare insieme, di come può bastare un pizzico di follia unito a tanta passione ma soprattutto allo sguardo rivolto all’altro: poi un giorno entrò nella mia, nostra, vita una ragazza dai capelli con gocce di luce e dagli occhi pieni e ricchi di gioia. Il suo sguardo luminoso anche se velato da un lieve velo di tristezza. Le sue mani libere, veloci e capaci di tradurre in tratti le emozioni di noi tutti mescolate alle sue. Ha riempito le nostre vite di colori, di pennelli e gioia nel fare, così come una fata che invece di una bacchetta ha un pennello, e lo divide con tutti quelli che hanno la fortuna di incontrarla. Con il suo pennello, che è magico perché si riempie dei colori, delle emozioni, delle parole, della vita e unisce grandi e piccoli, tristi e gioiosi, increduli e fiduciosi in una grande e allegra compagnia.

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I manicomi sono chiusi ma i maltrattamenti non sono finiti

Pensieri e Parole si arrotolano nella mia testa come il mio corpo nel morbido piumino, il silenzio della campagna fa da ninna nanna, ed io mi lascio trasportare nel mondo di Morfeo.
L’assenza del frastuono cittadino mi porta ad afferrare la bellezza di un sonno ristoratore, l’ansia non è alimentata da quel continuo brusio frastornante, felice dell’assenza di rumori, il mio pensiero si libera. Ormai lo sapete bene che rumori e luci infastidiscono non poco il mio corpo e lo rendono in alcuni momenti esausto ed insofferente.
Poi per il mio pensiero la pace della campagna diventa nutrimento e diventa poi anche paura e diventa comprensione, diventa preghiera.
Diventa poi un volto che mi accompagna, mi fa studiare e mi fa riflettere.

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Siamo sempre altro?

Poi io ho molti pensieri che mi girano per la testa e mi sento piu vivo e partecipe della vita, mi sento un flusso di parole che prende una piega e mi porta ad essere parte di un territorio che genera e vuole generare positività.

Ieri, 3 dicembre “Giornata Internazionale della Disabilità”, mi sono svegliato pieno di pensieri che passavano dall’insofferenza al nervosismo, alla consapevolezza che la disabilità è di chi la vive e tocca a noi essere protagonisti di un cambiamento.

Così ho buttato giù due righe polemiche sul nostro vissuto e su come viene vissuto dagli altri. Sulla nostra quotidianità che viene fatta a pezzettini in pochi secondi, sulle nostre inabilità che ci impediscono di vivere senza supporti, sulla ingenuità degli atteggiamenti, modi e parole senza soffermarsi sul vero significato. Su frasi, appellativi, etichette che ci fanno passare da essere degli angeli mandati da dio sulla terra a rendere le persone migliori, a super-abili perché riusciamo a fare qualcosa nonostante la disabilità, ma mai persone con un nome, un’entità, una storia, un’etica, una dignità.

Siamo sempre altro.

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Il volto dell’altro

Poi potrei dirti che sto molto in pensieri, pensieri che si aggrovigliano e si fondono senza prendere una strada. Forte delle mie abilità di scrittore e spaventato da queste. Scrivere, raccontare, descrivere mi piace, anzi mi piace molto, ma mi sto rendendo conto che è un potere potente. È un’arma. Un’arma che può sostenere, ma anche distruggere. E allora chi sono io che posseggo quest’arma e amo le parole? Sono uno che sostiene o uno che distrugge?

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Potrei morire nel fare molto

Poi ho messo da parte il mio dire per stare con gli altri, per fare la vita che si pensa sia quella giusta, quella che studi di sociologi e antropologi pensano sia quella incline all’uomo per sua natura. Quella vita che è fuori dalla porta di casa. Quella vita che s’impone con irruenza in dinamiche che dovrebbero renderti parte di un tutto, che ti impongono il fare. Quella vita logorante nel susseguirsi di impegni, relazioni e tempi frenetici e non lasciano spazio di pensiero, di vivere il momento nella sua pienezza, lasciando nelle retrovie le dinamiche che servono a capire, a pensare quello che ti porta a essere te stesso.

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Tremare per rinnovarsi

1. Poi un po’ mi alleno e un po’ scrivo e un po’ mi lascio trasportare dal mio pensiero. I quaranta gradi di fuori fanno sì che le membra si affloscino senza energia e io ho facilità a lasciar correre i pensieri. Resistere al caldo mi fa stare solo nel mio mondo, mi lascia il tempo che vaga tra noia ed ozio, che mi permette di volare. Poi il mio dito va solo, libero ormai da angosce e paure, libero e consapevole del suo battere parole vere e sentite.

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Resto a battere il dito sul mio pc

Dare lavoro a noi giovani con fare un po’ bislacco, che sulle nostre cartelle è detto autismo, è un impresa onorevole e coraggiosa di una mamma solare e determinata di nome Stefania. Lei, che crede nell’uomo e crede in noi, mette a disposizione le sue competenze e il suo tempo per far sì che anche chi ha più difficoltà possa trovare un suo spazio attivo e dignitoso nel mondo dell’essere adulti.

Ha creato in poco tempo una cooperativa di lavoratori che offre servizi e crea impresa, Work-Aut, e la sua energia ha valicato i confini del suo paese, fino a raggiungere il Parlamento Europeo, dove è stata scelta come esempio da imitare.

Oggi per la seconda volta i miei amici ed io abbiamo fatto parte di questo gruppo che ostinatamente crede nelle nostre abilità. Ho conosciuto meglio Stefania che con fare da professionista ha predisposto il lavoro e con fare di mamma ci ha accompagnato nel farlo.

Tutto era veramente entusiasmante. Tutto mi faceva sentire pronto per una nuova avventura. Ero pronto a cercare di superare i miei limiti. Ero pronto a mettermi di nuovo alla prova su prassi a me ostiche. Ero pronto a cercare di essere almeno un po’ bravo nel governare questo corpo che una ne pensa ed un’altra ne fa. Ero pronto a dire: ok posso usare le mie mani per costruire qualcosa oltre che scrivere.

Insomma ero lì con i miei amici di brigata pronto a mettercela tutta. I nostri tutor esperti e previdenti si erano un po’ spaventati quando hanno visto che dovevamo usare le mani in modo troppo preciso per noi, e soprattutto per me. Ma non mettendoci ansie e facendo il loro lavoro di supporto ci hanno accompagnato nel fare un lavoro che è risultato troppo complesso. Ed io che mi conosco bene e non mi volevo arrendere, e volevo non far vincere le mie difficoltà mi sono dovuto ricredere.

Sono felice di essermi messo alla prova, sono felice di esserci andato non sopraffatto dall’ansia e sono alla fine felice di aver tastato ancora una volta con mano che il mio lavoro è quello che sto già facendo: scrivere. E l’esperienza di stamani mi ha dato la forza e l’energia di continuare la mia strada.

Cara Stefania io ti ringrazio infinitamente, ma resto a battere il dito sul mio pc. Se mi vuoi, se ne hai bisogno, posso farti da reporter.

I miei amici hanno avuto difficoltà diverse, loro hanno abilità diverse che stanno maturando in più campi, hanno un modo diverso dal mio di vedere il mondo ed io non so cosa gli riserva il futuro.  Io resto incatenato al mio mondo libero nella scrittura, non tutti sono abili nell’uso delle mani, io certamente no!

Ti ammiro, ammiro la tua generosità nel credere in noi, e ti ringrazio a nome di tutti noi in cerca di un futuro dignitoso e motivante. Spero che resterai mia amica.

Infinitamente grato, Carlo.

Parti in pace

Caro Abdul, caro amico fratello,
ti scrivo perché non sono in grado di usare la voce e con il corpo goffo e la mia mente sincera posso solo usare le parole scritte. E mi sento un po’ più capace nel dirti cosa penso.

Sono ormai sette anni che mi aiuti . Sono sette anni che mi affido a te per tutte quelle cose che da solo non so fare. Sono sette anni che con pazienza sopporti me e i miei, e un mondo che non ti appartiene, un mondo diverso dal tuo in molte cose. Un mondo dove regna l’esuberanza di ritmi frenetici e modalità contraddittorie. Una società che accoglie ed emargina con la stessa facilità. Un mondo che fa del bene recando del male. Un mondo dove la complessità delle relazioni può sembrare ostile. Un mondo che guardato da fuori è veramente folle.

Tu hai avuto la forza di non farti spaventare, di non lasciarti travolgere da questa superficialità, di non dimenticare la tua fede, ma di trarne la forza per accorgerti di quelle briciole di buono che questa società nasconde. Ti sei avvicinato alla nostra famiglia con occhi sereni, ti sei avvicinato a me accogliendomi senza mettere barriere. Ti sei accorto che io ti aspettavo, sicuro che saremmo diventati amici fratelli.

Ora vai a casa dopo anni che non torni, vai a sposare una donna che spero ti renderà felice. Vai da tua madre che ti aspetta come tutte le madri aspettano i figli lontani, col cuore pieno di amore e di nostalgia. Anche tu sei invaso di sentimenti che ti travolgono, anche tu forse ti senti ubriaco di emozioni. La felicità di ritornare a casa, la paura di farlo, la difficoltà del viaggio, la gioia di un nuovo cammino.

Per la prima volta dopo sette anni ci salutiamo per un lungo periodo. Per la prima volta dopo sette anni dovrò imparare a non averti al mio fianco. Ma parti, vai, sii felice. Vivi sereno questo periodo, lo hai cercato, atteso, costruito, ora vivilo con tutto te stesso.

Noi, io, ti aspettiamo, quando tornerai faremo festa e continueremo il nostro cammino. Parti in pace, che Allah sia con te.